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di E.G.B. scrivetemi, rispondo
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Nel giardinetto di Bush. In giro c'è sconcerto, non si capisce bene cosa sta succedendo. Fidel dichiara che le tre fucilazioni sono state un sacrificio necessario per difendere la patria dal rischio più grosso di un'invasione USA. E certamente Bush, dopo aver cancellato Saddam, sta guardando con occhi interessati a Cuba, che da due secoli gli USA considerano il loro backyard, il loro giardinetto di casa. Ma perché tre condanne a morte? Perché una risposta così sproporzionata, che ha sfidato tutta l'opinione pubblica mondiale, che è costata a Castro la condanna di voci amiche come Eduardo Galeano, Dario Fo, José Saramago e di gran parte della sinistra mondiale? Il paredón - il muro - a tre disperati - neri, fra l'altro - che hanno dirottato un vaporetto senza carburante, senza far male a nessuno, trattando bene gli ostaggi? Le condanne dei compagni. Il primo a rompere il silenzio è stato Pietro Ingrao che, sulle pagine del Manifesto, ha rivendicato "il coraggio della verità": "Gli imputati erano oppositori del regime castrista. E che altro essi potevano fare visto che a Cuba difettano essenziali diritti di parola, di organizzazione, di lotta politica pubblica e conosciuta?". La repressione castrista inquina un percorso di speranza che è l'unica alternativo alla "dottrina Bush della guerra preventiva". Per Bertinotti "queste condanne a morte, vanno criticate. Sono piombo sulle ali del movimento pacifista". Dario Fo e Franca Rame raccolgono firme contro il giro di vite cubano. La condanna più dura viene forse da un vecchio scrittore comunista duro e puro come il portoghese José Saramago: "Fino a qui sono arrivato. D'ora in poi Cuba seguirà la sua strada e io la mia", ha scritto su "El Pais": "Il dissenso è un diritto scritto con inchiostro invisibile...". Se lo stanno chiedendo tutti. E finora non c'è una risposta, se non la giustificazione di Castro che dice: "L'abbiamo fatto per salvare la patria, per fermare sul nascere un'ondata di emigrazione che avrebbe dato agli USA la scusa per intervenire". L'unico che non deflette è Gianni Minà: "Se la prendono con Cuba perché mette al muro tre sequestratori, ma non si occupano, per Realpolitik, delle duemila persone che sono sparite dopo essere passate negli uffici di sicurezza americani, dei soprusi commessi dalla Cina, del genocidio in Guatemala... " Minà ha segnalato alle autorità cubane: " la mia avversione di cattolico e cittadino del mondo per le condanne a morte ( ) Ma il mio amore per Cuba non vacilla". Un golpe in Plaza de la Revolución? C'è un'altra ipotesi che gira sotterranea: in aprile ci sarebbe stato un tentativo di deporre Fidel dall'interno del Partito. Da qui la stretta improvvisa. Ma chi avrebbe tentato il golpe? Finora non è caduta nessuna testa. Sarà vero il tentativo di colpo di stato o le fucilazioni sono solo il risultato di dun attacco di paranoia del vecchio leader? Al momento in cui scriviamo ancora non ci sono dati sufficienti per capire. E allora lasciamo parlare i cubani e chi a Cuba ci vive. E capisci che la maggioranza dei cubani ama ferocemente la propria isola, e non vorrebbe mai lasciarla. E che per molti la Rivoluzione è ancora un valore. Ma i cubani ne possono più di vivere in queste condizioni. Il potere corrompe anche i rivoluzionari. "Castro è stato un eroe, e noi gli vogliamo bene" mi dice un ragazzo nero nel Paseo di Martì "Ma non si può stare al potere assoluto per quarant'anni senza corrompersi. Non è più il potere al servizio del popolo, ormai è il potere al servizio del potere. E' ora che se ne vada in pensione."
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