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Uno sguardo disincantato su Cuba, la sua gente e le favole consolatorie che ci raccontiamo in Occidente.

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domenica, giugno 01, 2003
 
kubakuba

Primero de Mayo.

El Primero de Mayo me lo voglio fare da cubano. Flora, la deliziosa signora nera che ogni mattina mi prepara la colazione con le guayabe, i manghi, i mamey appena raccolti nel giardino, è un'entusiasta di Fidel. Ci iscriviamo con una brigata di vicinato, andremo tutti in camion in Plaza de la Revolución: sveglia alle tre, partenza alle quattro. Per la Revolución si soffre volentieri.

Ma la mattina piove a dirotto, uno di quegli acquazzoni tropicali battenti che non hanno misericordia per il popolo. Flora e io ci guardiamo. Lei, che sorride sempre, esclama: "El primero aguacero de mayo, Enzo: brinda suerte mojarse!".

Bagnarsi col primo acquazzone di maggio porterà anche fortuna, ma non me la vedo, questa signora di sessant'anni, issata su un camion a cantare l'Internazionale sotto questo diluvio. E tanto meno mi ci vedo io. Che cazzo, mica è la mia rivoluzione. Sarà meglio prendere la macchina.

Non c'è traffico per i grandi viali di Cuba. La Quinta Avenida è deserta nel buio, sotto la pioggia che scroscia violenta. Arriviamo vicinissimi alla Plaza che sono ancora le quattro e mezzo. Dalla campagna stanno arrivando torpedoni carichi di cubani venuti a festeggiare la rivoluzione.

L'aria è festosa, da scampagnata. Mi stupisce la completa assenza di polizia in assetto di ordine pubblico, caschi scudi e manganelli. Ma è ovvio, chi mai farebbe una manifestazione di protesta in un paese in cui se dirotti il traghetto della baia ti mettono al muro?

Facce, tante belle facce entusiaste, piene di partecipazione. Vengono distribuite centinaia di migliaia di bandierine di carta. Bambine sulle spalle dei papà, tanti studenti in pantaloni avana e camicia bianca, tanti scolaretti col fazzoletto rosso.

Verso le otto arriva il sole. "Vedi? Fidel è baciato dalla fortuna" dicono due signore entusiaste. Sul palco, assieme ai dirigenti del partito, c'è Gianni Minà, c'è il colombiano Santiago Garcia, c'è Gabo Marquez. Ma mancano esponenti importanti della sinistra mondiale: manca Eduardo Galeano. Manca un vecchio comunista come José Saramago, che ha dichiarato: "Fino a qui sono arrivato. D'ora in poi Cuba seguirà la sua strada e io la mia (...) Il dissenso è un diritto scritto con inchiostro invisibile...".

La mattinata inizia coi discorsi delle delegazioni straniere. Poi, verso le dieci, il Comandante, lentamente, nella sua uniforme verde oliva, si avvicina al podio.  

Ammettiamolo: il vecchio pitone conserva sempre il suo fascino. Lo pensi nelle foto di Korda o di Raúl Corrales, giovane ribelle sulla Sierra Maestra, o quando si giocò il tutto per tutto a Playa Girón, con la flotta americana che premeva giusto fuori delle acque territoriali. Quando parla - e accidenti quanto parla - te encanta.

Ma quest'anno pronuncia un discorso particolarmente duro. Manda invettive violente al "señor Bush, cinico y cobarde", accusa un complotto mondiale nazi-fascista, dice che, per quanto sia contrario alla pena di morte, le tre fucilazioni sono state un male necessario. Tira in ballo il Papa. Dice (a proposito dei tre fucilati) che nemmeno Gesù, che cacciò a frustate I mercanti dal tempio, avrebbe proibito al popolo di difendersi. Certo, esagera. Ma ha il polso della folla, e ogni parola d'ordine, a ogni "Revolución", a ogni "resisteremo fino alla morte" la folla sventola entusiasta le bandierine. E quando termina con un tonante "Hasta la victoria! Siempre!" tutti scandiscono in coro, entusiasti, "Fi-del, Fi-del, Fi-del!".

L'entusiasmo è palpabile, è vero, è sentito. Ma a un orecchio occidentale un po' cinico suona tanto come "Du-ce!, Du-ce!, Du-ce!".

di zonker [Enzo G. Baldoni] | 01:53 | commenti (1)

lunedì, giugno 02, 2003
 
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La mistica della sofferenza.

"Per quarant'anni abbiamo coltivato la mistica della sofferenza, un furore rivoluzionario che ci faceva sentire duri e puri" dice un professore universitario. "Abbiamo fatto sacrifici inenarrabili in nome della rivoluzione. Adesso mi trovo a guadagnare quindici dollari al mese, quello che un posteggiatore guadagna in un giorno. E nello sguardo dei miei figli sento il rimprovero perché non posso permettermi di comprargli la felpa della Nike. Non è piacevole" .

La frattura nei valori tra padri e figli. Ecco un altro aspetto importante del cambiamento che sta vivendo Cuba. Frugali, ideologizzati, fedeli alla linea, i genitori hanno costruito a testa bassa una Cuba in cui tutti i bambini potessero andare a scuola e la sanità fosse a disposizione di tutti. Ora i figli inseguono il dollaro facile, il contatto con un turismo spendaccione corrompe la vecchia frugalità rivoluzionaria. Si è creata una nuova classe sociale, quella di chi guadagna in dollari. E i nuovi proletari sono gli insegnanti, i ricercatori, i medici: chiunque abbia più cultura che iniziativa.

di zonker [Enzo G. Baldoni] | 00:38 | commenti (1)

martedì, giugno 03, 2003
 
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Fragola e cioccolato.

Il paladar più bello, la Guarida, quello in cui è stato girato Fragola e Cioccolato, è in uno di questi palazzi nobilmente decaduti.

Dentro alla Guarida quadri, fotografie, cibi raffinati, bei bicchieri, luci giuste. Le foto della Regina Sofia di Spagna, che nel suo viaggio all'Avana (il primo dei Reali di Spagna dal 1898) ha cenato qui, foto con dedica di Sean Connery, di Michael Douglas, di Sofia Loren. Bei ragazzi che servono in tavola, con l'aria da intellettuali.

Fuori scale male illuminate, le balaustre di marmo di Carrara tutte rotte, un angioletto di marmo rosa a cui qualcuno ha spezzato un braccio. Finestre aperte per il gran caldo, scorci di tizi seminudi sbracati su una poltrona e illuminati solo dal televisore, puzza di fogne che perdono, di soffritti bruciati, di piedi. Una giovane puttana fa entrare un cliente nel suo baracoa male illuminato, poi va un attimo a sciacquarsi nel cesso in comune sul ballatoio.

Sul cesso, la scritta "Per favore usa pure la luce, ma spegnila quando hai finito. Ricordati che le lampadine sono a libreta*".

*(La libreta è la tessera di razionamento su cui ogni cubano conta per sopravvivere).

di zonker [Enzo G. Baldoni] | 00:03 | commenti

mercoledì, giugno 04, 2003
 
kubakuba

La primavera infranta.

Se ne stanno tutti zitti e abbottonati, i cubani: sul Paseo de Martì, alla gelateria Coppelia, al caffè dell'unione Scrittori al Vedado, nelle piazzette dell'Avana vecchia. Dopo le fucilazioni dei tre disperati che avevano cercato di dirottare il traghetto della baia è impossibile parlare con qualcuno, a Cuba. Tutti zitti, tutti spaventati e rintanati i dissidenti ancora fuor di galera. Muti gli scrittori e i giornalisti. Doppiamente prudenti alla nunziatura apostolica, che rifiuta qualsiasi dichiarazione.

E' comprensibile. In un mese - aprile, il più crudele dei mesi - il governo di Fidel Castro ha spezzato le ali a quella che sembrava essere la primavera di Cuba: il cambio, l'apertura, più spazio alle voci critiche, maggior facilità di espatriare, i primi scambi con gli USA, addirittura i primi segni, se non di un secondo partito, almeno di un movimento d'opinione non allineato al regime. Poi, brutale, il pugno d'acciaio. Che in russo, come ben si sa, si traduce Stalin.

La prima mossa per schiacchiare l'opposizione sono stati gli arresti e i processi: 78 intellettuali, giornalisti e attivisti dei diritti umani che, dopo giudizi a cui non sono stati ammessi diplomatici e giornalisti stranieri, dovranno scontare anche 20 anni per diritti di opinione: complessivamente 1454 anni di galera.

Tra loro il poeta Raúl Rivero, l'economista Martha Beatriz Roque, l'intellettuale Hector Palacios, il premio Sakharov per i diritti umani Osvaldo Payà. Otto tra i dissidenti erano in realtà informatori infiltrati dal Ministero degli Interni cubano, e adesso tutti sospettano di tutti.

Secondo Elizardo Sanchez, uno dei leader dei dissidenti,"Questa forma di repressione è la peggiore che si ricordi nella storia di Cuba, senza escludere l'era coloniale. Mai prima d'ora tanta gente è stata così severamente punita per dei crimini di pensiero. Sono veramente prigionieri di coscienza".

Dirotta il vaporetto!

Poi, il botto: undici disgraziati con una pistola cercano di dirottare il traghettino che attraversa la baia dell'Avana dalla città vecchia a Regla, una roba tipo il vaporetto per Torcello, assolutamente inadatto ad attraversare lo stretto di Florida. Non c'è neanche abbastanza carburante, e infatti il traghetto comincia a sputazzare e si ferma ben prima di raggiungere le dodici miglia. I guardacoste lo raggiungono, lo fermano, arrestano gli undici. Un atto così disperato e male organizzato che al massimo avrebbero dovuto prenderli a pernacchie. E invece, nonostante i turisti stranieri siano concordi nell'affermare che i pirati sono stati correttissimi e che non c'è stata nessuna violenza, tre dirottatori ("I più violenti", secondo l'accusa) vengono fucilati dopo un processo sommario e senza garanzie.

di zonker [Enzo G. Baldoni] | 00:00 | commenti

giovedì, giugno 05, 2003
 
kubakuba

Nel giardinetto di Bush.

In giro c'è sconcerto, non si capisce bene cosa sta succedendo. Fidel dichiara che le tre fucilazioni sono state un sacrificio necessario per difendere la patria dal rischio più grosso di un'invasione USA. E certamente Bush, dopo aver cancellato Saddam, sta guardando con occhi interessati a Cuba, che da due secoli gli USA considerano il loro backyard, il loro giardinetto di casa. Ma perché tre condanne a morte? Perché una risposta così sproporzionata, che ha sfidato tutta l'opinione pubblica mondiale, che è costata a Castro la condanna di voci amiche come Eduardo Galeano, Dario Fo, José Saramago e di gran parte della sinistra mondiale? Il paredón - il muro - a tre disperati - neri, fra l'altro - che hanno dirottato un vaporetto senza carburante, senza far male a nessuno, trattando bene gli ostaggi?

Le condanne dei compagni.

Il primo a rompere il silenzio è stato Pietro Ingrao che, sulle pagine del Manifesto, ha rivendicato "il coraggio della verità": "Gli imputati erano oppositori del regime castrista. E che altro essi potevano fare visto che a Cuba difettano essenziali diritti di parola, di organizzazione, di lotta politica pubblica e conosciuta?". La repressione castrista inquina un percorso di speranza che è l'unica alternativo alla "dottrina Bush della guerra preventiva".

Per Bertinotti "queste condanne a morte, vanno criticate. Sono piombo sulle ali del movimento pacifista". Dario Fo e Franca Rame raccolgono firme contro il giro di vite cubano.

La condanna più dura viene forse da un vecchio scrittore comunista duro e puro come il portoghese José Saramago: "Fino a qui sono arrivato. D'ora in poi Cuba seguirà la sua strada e io la mia", ha scritto su "El Pais": "Il dissenso è un diritto scritto con inchiostro invisibile...".

Se lo stanno chiedendo tutti. E finora non c'è una risposta, se non la giustificazione di Castro che dice: "L'abbiamo fatto per salvare la patria, per fermare sul nascere un'ondata di emigrazione che avrebbe dato agli USA la scusa per intervenire".

L'unico che non deflette è Gianni Minà: "Se la prendono con Cuba perché mette al muro tre sequestratori, ma non si occupano, per Realpolitik, delle duemila persone che sono sparite dopo essere passate negli uffici di sicurezza americani, dei soprusi commessi dalla Cina, del genocidio in Guatemala... "

Minà ha segnalato alle autorità cubane: "… la mia avversione di cattolico e cittadino del mondo per le condanne a morte (…) Ma il mio amore per Cuba non vacilla".

Un golpe in Plaza de la Revolución?

C'è un'altra ipotesi che gira sotterranea: in aprile ci sarebbe stato un tentativo di deporre Fidel dall'interno del Partito. Da qui la stretta improvvisa. Ma chi avrebbe tentato il golpe? Finora non è caduta nessuna testa. Sarà vero il tentativo di colpo di stato o le fucilazioni sono solo il risultato di dun attacco di paranoia del vecchio leader? Al momento in cui scriviamo ancora non ci sono dati sufficienti per capire. E allora lasciamo parlare i cubani e chi a Cuba ci vive. E capisci che la maggioranza dei cubani ama ferocemente la propria isola, e non vorrebbe mai lasciarla. E che per molti la Rivoluzione è ancora un valore. Ma i cubani ne possono più di vivere in queste condizioni.

Il potere corrompe anche i rivoluzionari.

"Castro è stato un eroe, e noi gli vogliamo bene" mi dice un ragazzo nero nel Paseo di Martì "Ma non si può stare al potere assoluto per quarant'anni senza corrompersi. Non è più il potere al servizio del popolo, ormai è il potere al servizio del potere. E' ora che se ne vada in pensione."

di zonker [Enzo G. Baldoni] | 00:00 | commenti

venerdì, giugno 06, 2003
 
kubakuba

Due posteggiatori di classe.

Guidare per l'Avana è piacevole, il traffico è leggero, il parcheggio si trova facilmente. Di fronte al porto ci sono due posteggiatori sui sessanta, simpatici, dall'aria colta, gli occhialini e impeccabili magliette Havana Club, che parlano uno spagnolo cortese e forbito. Due posteggiatori di classe. Gli affido spesso la macchina, quando la riprendo lascio sempre un dollaro, e facciamo amicizia facilmente. Gli chiedo che lavoro facevano, prima.

"Io ero direttore di una fabbrica di sigarette" mi dice Mario.

"E io ero responsabile delle operazioni di una catena televisiva" sorride René, che è quello della foto qui sotto.

Ovvio. Come parcheggiatori guadagnano in un giorno quello che prima guadagnavano in un mese. E in dollari.

di zonker [Enzo G. Baldoni] | 21:04 | commenti

sabato, giugno 07, 2003
 
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I nostri dissidenti all'Avana.

"I dissidenti? Oh, qui a Cuba ogni ambasciata aveva i suoi, e spesso non si conoscevano l'uno con l'altro" mi dice un diplomatico, con un pizzico di distaccato cinismo." Hai presente Graham Greene? Il nostro agente all'Avana? Essere un dissidente dava status, dava accesso a finanziamenti e aiuti. Perché è ovvio, gli americani li finanziavano largamente. Un po' tutti lo facevamo, fa parte del gioco. Non dico che tutti ci marciassero, anzi: molti di loro sono comunisti sinceramente interessati a un'apertura del partito, a un cambiamento in senso democratico. Tanti, però, sull'etichetta di dissidente, ci hanno costruito piccole fortune. Ma sai com'è ... a Cuba non sai mai davvero chi ti sta davanti. Pensa a quegli otto dissidenti che in realtà erano stipendiati - o chissà, magari ricattati - dal Minint."

Già, il Minint. Buoni, quelli. Dò un passaggio a tre funzionari del Ministero dell'Interno in divisa, una bionda carina e due uomini. Un gelo. Nelle poche domande che mi fanno - da dove viene, cosa fa a Cuba, le piace l'isola - c'è un tono inquisitorio di cui probabilmente nemmeno si rendono conto.

Non lo fanno neanche apposta, credo. Pura deformazione professionale. Scuola sovietica, KGB, Andropov, Putin. Giuro che non vorrei passare neanche un minuto chiuso in una stanza con loro.

di zonker [Enzo G. Baldoni] | 00:00 | commenti

domenica, giugno 08, 2003
 
kubakuba

"Perché a te il passaporto?"

"Come si fa a vivere in un posto dove c'è un solo giornale e un solo partito?" mi dice a voce bassa una giovane dottoressa passeggiando sulla spiaggia di Guanabo "E dove la televisione trasmette solo salsa e i discorsi del Leader Maximo? Come si fa a mettere in carcere 78 intellettuali colpevoli solo di cercare un'apertura, uno spiraglio? E fucilare tre persone solo perché cercano di scappare? Ma perché tutti vogliamo scappare da Cuba? Per te è facile espatriare, basta chiedere un passaporto. Per me resta un sogno proibito. Anche se avessi i soldi per il biglietto non mi darebbero il permesso, perché la mia specializzazione è considerata "strategica". Il mio capo è stato invitato dall'Ospedale di Careggi a un corso di altissima specializzazione, con una borsa di studio pagata dall'italia. A sua moglie, pure medico, non hanno dato il permesso, perché non avevano figli da lasciare qui. Non gliel'hanno mica negato ufficialmente. Qui a Cuba c'è tutto un modo obliquo di perdere le carte, di far ritardare i permessi. Fatto sta che a due coniugi non danno mai contemporaneamente il permesso di espatrio, se non hanno figli da lasciare in ostaggio.

Io non vorrei mai lasciare Cuba per sempre. Ma qui ti viene la claustrofobia. Capisci perché c'è tutta questa corsa a sposare lo straniero, anche se è vecchio e brutto? Qualsiasi cosa pur di andarsene.

E poi cosa credi, che a Cuba non ci sia razzismo? C'è, c'è. La vedi questa pelle nera? Non hai idea di quante umiliazioni mi costi."

di zonker [Enzo G. Baldoni] | 02:50 | commenti

lunedì, giugno 09, 2003
 
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La fedelissima di Fidel: una santa.
O, meglio, una santera.

Si sa poco degli amori di Fidel. Ma c'è una donna che, fin dai tempi della Rivoluzione, è sempre stata nel cuore dei cubani. Si chiamava Celia Sánchez, era amata da tutti i cubani per la sua modestia e per la sua umanità. Ha creato la Gelateria Coppelia e il Parque Lenin. Ha fatto innumerevoli opere di bene, è stata sempre vicina al popolo, ha compreso il malessere dei più sfortunati e se ne è fatta interprete presso il potere cubano. Quasi una santa. I suoi funerali, l'11 gennaio del 1980, furono una dimostrazione incredibile di cordoglio popolare.

Non si sa bene se Celia sia stata o no l'amante di Fidel. Quando Dan Rather glielo chiese direttamente, Castro rispose seccamente che non rispondeva a domande sulla sua vita privata. Di certo, oltre ad essere la donna più amata di Cuba, era la più potente. Aveva lottato al fianco di Fidél fin dai tempi della Sierra Maestra. Era la persona più vicina a Castro, gli organizzava l'agenda, gli stava al fianco giorno e notte consigliandolo col suo buonsenso e, dice il popolo, con qualcos'altro.

No, non il sesso. Più che una santa, Celia era una santera. Secondo la voce popolare è stata la madrina di Fidél nella Santería, la religione cubana nata dal sincretismo tra cattolicesimo e religioni animiste africane. Per l'esattezza, Celia sarebbe stata una iyalocha, una sacerdotessa devota a Obatalá. Molti cubani sono convinti che il perdurante potere di Fidel e Raúl Castro derivi dal fatto che praticano la Santería, e che la rovina di Cuba sia inziata negli Anni Ottanta, dopo la morte di Celia.

Sta di fatto che, vent'anni dopo, la Casa di Celia al Vedado, Calle 11 con C, è ancora pesantemente sorvegliata e protetta dalla polizia, che non lascia passare nessuno. Fidel ha voluto che tutto restasse come quando è morta: e spesso, quando ha bisogno di prendere decisioni importanti, va al Vedado e si chiude in meditazione nella casa della sua consigliera e compagna di guerriglia.

Il popolo dice che, in calle 11, Fidel ci tiene i suoi santi.


di zonker [Enzo G. Baldoni] | 09:28 | commenti

domenica, giugno 15, 2003
 
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La mammella sovietica.

"Siamo stati troppo attaccati alla mammella sovietica." dice un intellettuale "C'era un uragano? Nel giro di un paio di mesi arrivava un cargo da Odessa con il cemento, i tetti di eternit, i piloni, i chiodi, tutto il necessario per la ricostruzione. Noi cubani siamo pigri e festaioli, e in trent'anni ci siamo intorpiditi i muscoli della fantasia e del coraggio di rischiare. La caduta dell'Unione Sovietica ci ha colto del tutto impreparati. E l'economia va male. Che economia è quella in cui per una settimana arrivano solo arance e cappelli di paglia? E come è possibile che a Cuba - a Cuba! - siano introvabili i limoni, per la gente comune?"

I limoni ci sono, oh se ci sono. Ma sono riservati ai daiquirì dei turisti e ai cubani che possono pagare in dollari. Circa il 60% dei cubani ha accesso al circuito del dollaro e può comprare benzina, scarpe, vestiti, far la spesa nelle fornite Tiendas Panamericanas. Il resto fa la fame con la libreta (la tessera di razionamento) e i banchi spogli dei mercati in pesos, dove manca ogni ben di dio.

di zonker [Enzo G. Baldoni] | 15:37 | commenti